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L’esule istriana Marisa Brugna rievoca in un libro la sua esperienza

Gio, 30 Ottobre 2003 | L’Unione Sarda

Uno dei tanti episodi dimenticati della storia italiana è l’esodo delle popolazioni giuliano-dalmate iniziato nel 1947, dopo la firma del Trattato di Parigi che cambiò i confini del nord-est, costringendo l’Italia a cedere l’Istria, Fiume e la Dalmazia alla Jugoslavia. Furono oltre 350 mila gli esuli che per mantenere la propria identità nazionale furono costretti dal regime jugoslavo di Tito ad abbandonare il suolo natio, privati di tutti i loro beni. Da allora, alle vittime di questo triste esodo i governi italiani non sono riusciti a garantire né diritti, né alcun tipo di risarcimento morale o economico, subordinando le legittime istanze di questi cittadini alle esigenze della politica estera, succube degli equilibri derivati dalla spartizione dell’Europa decisa a Yalta. Una vicenda che ha coinvolto anche la Sardegna, in particolare la borgata di Fertilia, dove un numeroso gruppo di esuli trovò ospitalità, ricostruendosi una nuova e libera esistenza. Tra questi anche Marisa Brugna, che nel suo libro “La memoria negata” (Edizioni Condaghes) racconta la sua esperienza di esule istriana. A partire dal 1949, quando a sette anni, insieme alla sua famiglia, dovette abbandonare Orsera, un piccolo paese tra Rovigno e Parenzo, arrivando in Sardegna nel 1959, dopo aver trascorso dieci anni all’interno di un Centro di raccolta profughi per esuli giuliani.
Gli esuli giuliano-dalmati si lasciavano alle spalle anche un altro dramma, quello delle foibe. «La notte lo ga portato via» era la frase in codice che usavano gli italiani d’Istria per dire che qualcuno di loro era stato infoibato. Furono decine di migliaia gli italiani delle terre istriane, giuliane e dalmate vittime della feroce “pulizia etnica” perpetrata dagli slavi, i cui corpi furono gettati, per essere occultati, nelle cavità (le famigerate foibe) del sottosuolo dell’altopiano carsico, dove ancora oggi in gran numero giacciono.
I numeri del massacro messo in atto dai partigiani di Tito ai danni della comunità italiana sono spaventosi e mai definiti: in totale le vittime sarebbero state tra 25 e 30 mila, 6500 i resti riesumati e identificati. Tra i morti anche un centinaio di minatori, militari, finanzieri e marinai sardi, provenienti in gran parte dal Sulcis. L’odissea dei profughi e la strage delle foibe saranno al centro del convegno in programma oggi all’hotel Mediterraneo (ore 18) dal titolo “L’esodo. la tragedia degli esuli giuliano-dalmati”. L’iniziativa organizzata dall’Associazione culturale “La fiaccola” fa parte del ciclo d’incontri sulle “Pagine di storia dimenticate”. Oltre a Marisa Brugna, interverranno Roberto Menia (deputato di Trieste, primo firmatario della proposta di legge per l’istituzione del 10 febbraio come «Giornata Nazionale del Ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo» e Vincenzo Maria De Luca (ricercatore storico e componente del Comitato scientifico del Centro Studi e Ricerche “Silentes Loquimur” di Pordenone, autore del libro “Foibe, una tragedia dimenticata”). Il convegno punta a richiamare l’attenzione su due argomenti che suscitano ancora polemiche. Il primo riguarda i manuali di storia: arrivano ad affermare che nel 1947 l’Istria, Pola e Zara furono restituite alla Jugoslavia. «Un falso perché - come sottolinea lo storico Flaminio Rocchi - la Jugoslavia non è mai stata proprietaria di quelle terre in quanto nata nel 1918 e all’epoca esse passarono direttamente dall’Austria all’Italia». Il secondo fatto è che la storia moderna ignora totalmente la tragedia dell’infoibamento degli italiani. La pulizia etnica che di recente ha lacerato l’ex Jugoslavia, in realtà iniziò 60 anni fa contro le «impurità italiane».

(C. F.)